Italian

Fai che a salvarsi siano le nostre storie

I

Fai che a salvarsi siano le nostre
storie raccontate sottovoce:
sfuocate.

Ci sono parole da perdonare ancora.
Parole che a tenerle vicine
fanno tremare, fanno trincea
a un silenzio che scoppia.

– Raccontano delle buche nella terra
degli uomini, dei loro corpi stortati.
Raccontano di tutto: hanno labbra
infuocate le donne che rompono i baci
che restano senza rimandi
a veglia di rifugi. –

Ci sono storie simili dappertutto
perché, dappertutto, ci sono gli abbandoni:
quelli che hanno carta d’eremita, d’idiota
o della falce, quelli che hanno la calma
feroce del respiro cucito sulla bocca.

Ho avuto una storia simile
e tu hai solo vent’anni
e il tuo primo dolore.

Di voi trovo tracce dappertutto

II

Di voi trovo tracce dappertutto
nella mia legenda minima, nel calco
del mio fossile felice, nel solco.

Ho ancora i vostri due nomi vicino
– angoli di specchio – il vostro giocoso
modo di stare al mondo insieme
e nulla mi scompare da qui, neppure
le poche cose preziose divise, scaldate
solo con le mani per discioglierle
farne un rumore solo per ciascuno.

Si resta soli in ogni notte
dentro la propria età, come
in una pelle da capire o da cambiare.

Siete voi a dirmelo il vero

III

Siete voi a dirmelo il vero
il conto stortato dai giorni
il cambiamento del bene.

Siete voi a togliermi da qui
da questo angolo di pelle
di mondo respirato piano.

Raccontatemela ancora la storia
di chi si sceglie, di chi si trova
di chi si dice una parola alla volta
per cercarsi fino alle mani, al sangue
gocciolato fuori dalle guerre.

Non ho finito di dirvi nulla

IV

Non ho finito di dirvi nulla
e c’è già chi di voi due manca:
l’ultimo a parlare.

Ma ci sono calchi pieni, nati a rimanere
a fare traccia, tempo, a fare spazio. Mezzogiorni
sbendati da una voce d’ombra sola:
linea netta di una meridiana rimasta
per capire.

È così che s’innestano i perdoni, così
che si resta perdonati.

Ci si riconosce dalle guerre, a volte, dalle
trincee. È come restare fedeli alla luce:
quella che difende, che fa vedere.

Sì proprio come quando si ritorna

Sì proprio come quando si ritorna
a prendere le cose dalla casa:
i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione.

In questo circondario di colpa
di stanza rotta a fiato, solo poche
impronte restano, raccontano
storie rimaste sui cuscini
schiacciati dalle schiene
nei capelli trovati sulla piastrella chiara.
E la porta tiene tutto dentro
come fosse una frase rimestata
e si ritorna fuori per svegliarsi,
come fossimo noi persiane
appena aperte, sole appena entrato
di mattina per dire: «non è vero»
«non è successo mai».

Ho perorato la mia condanna

Ho perorato la mia condanna
scongiurando l'esecuzione.
Dio mi è testimone,
l'ho fatta in barba all'epoca
e al costume.
Nascosto
nella stiva del tempo,
immune alla bonaccia e alla deriva
ho custodito il mio spirito implume
e refrattario,
ossigenando il letargo
coi riccioli delle parole.
Quando la nave, di colpo
ha preso il largo,
ho spiato dagli oblò
la situazione:
non c'era che il mio volto
contro il vetro,
e ditero il mare mare mare
in ogni direzione.
Questo era il viaggio.
Niente balene
o un'isola deserta,
nessun tesoro da dissotterrare;
solo gli urrah
dell'equipaggio in coperta,
al canto di non so quali sirene.

Nostro bisogno di consolazione

a Stig Dagerman

Eppure ho amato questa storia distorta
che aveva il fascino di una curvatura
del tempo, un moto obliquo, ciclico
di smarrimento universale. Da qui
da questa estate morta nel gelo
da questo essere plurale che mi avvolge
e svolge mi ritrovo
come nell'uovo inanimato e esangue
che mi ha partorito.
Io solo e nudo
ingigantito nel dormiveglia.
Io gli altri, fisso nei loro cuori
sudori amori di questo solo cielo
di questa sola specie arroventata.
Io dio, là, nell'esplosione
onniassente, immacolato
e sbriciolato
nella nube cosmica.
Io noi. La connessione
che riannoda il filo
per il nuovo avvento.
L'immagine sfinita chiede tempo
si sgrana su se stessa, si depone.
Poi ricompone la sua nebulosa
in un anfratto di stelle più vicine
là dove al confine
del cosmo delle cose
gli esseri si toccano, uguali, tutti.
Nostro principio d'indeterminazione
nostra incertezza patente e plateale
nostro universo unico e plurale
che dispone le azioni di un'attesa,
come un sigillo di rieducazione.
Nostro bisogno di consolazione.

L’altra luna

I

Ti narrerò la storia della vita
che ho vissuto e che pure è vissuta
lontano da me, lontano dal mio tempo
intorpidito. Perché io vivevo

la caligine impazzita delle giornate
il caldo ristagno del mio corpo,
e un’altra storia si svolgeva altrove.
Dove non so. Dove era dove

ed esisteva solo la memoria
una memoria priva di ricordo
il filo bianco di una connessione.
Mi allontanavo e ne avvertivo il tiro.

Nulla mi costa questa confessione,
non ha la forza, il lampo di un lamento,
e neppure il sapore di un raggiro.
D’estate, qui, avvolto nel rumore

sento solo l’inerzia della pelle
sudata, il mio corpo a vapore
che sbuffa, sbuffa, sbuffa
parole.

II

Non volevo imparare quella lingua
con me scritto dal giorno della nascita
e la tradivo, io ero muto e sordo
nel mio bianco telaio di conquista.

Quando il tempo portò le nuove vite
con una costruii la mia comparsa
che feci camminare dentro al mondo,
con l’altra mi celavo alla sua vista.

Sì che fuggivo, ma una nota allegra
inseguiva i miei slanci di ragazzo
era la luna, la puledra gialla
e mi fremeva in corpo la sua luce.

Luce, chiarore, nelle notti bianche
conficcato spavaldo nelle pagine
appendevo la luna alla finestra
setacciando ai miei occhi il suo colore.

Là fuori, sopra i tigli, dall’odore
dell’estate bruciata raccattavo
il mio magro bottino di giornata,
qualche parola per inginocchiarmi.

Così mi accovacciavo in altri mondi
nei libri che invadevano la stanza
riprendendo le armi per uscire
per lasciarmi alle spalle di me stesso

lassù, rinchiuso nel cocciuto sogno
di un posto evanescente in cui svanire.

III

La notte camminava tramortita
nel cerchio dei miei occhi e nelle strade
il canto delle macchine vibrava
il suo tetro ruggito di stagione.

La luna conficcata ad un lampione
vegliava allora solo un corpo peso
che mi rideva addosso, sorreggeva
il timido dirupo dei miei passi.

Che bello assicurarsi l’impotenza
rassettarsi di nuovo nelle vesti
e assistere ai volteggi di persone
che quella vita mi rappresentava.

Ma in camera, accanto alla finestra
mimavo la mia plastica facciale
su di un piccolo specchio incorniciato
a cui chiedere il senso, l’espressione.

Là rimanevo e fuori camminavo
e i gesti componevano una storia
che era la mia e non mi apparteneva
e che vivevo scorrere nel corpo.

Lo specchio nel suo vuoto di cornice
alterava le linee del ritratto:
ero il suo bianco volto illividito
a immagine di me che dileguava.

Prima isola

a Oreste Macrí

La prima isola
fu un vortice di sabbia
emerso dal mare.
Udivo la rabbia dei marinai
nella tempesta,
poi l’attracco improvviso
la festa, il riposo.
Un sole tropicale
sorse dall’acqua
come una testa di medusa.
Per giorni e giorni
la sua torrida cappa
rimase chiusa all’aria.
Afa, malaria, mosche
un tanfo imputridito di palude.
E i marinai incollati
come sanguisughe alla spiaggia,
a divorar le scorte
ad una ad una.

La luna si scopriva lentamente
nel mezzo del cielo.
Io li vedevo
stremati dalla sete, impantanati
nel lezzo ribollente della riva
sognar di nuvole
e raffiche di pioggia
e nuove isole, terre comete.
Io li vedevo
ed ero uno di loro.
Leggevo di nascosto la mia mappa.
Sentivo nel mio corpo un cimitero
di vite immobili,
contavo i secoli
sul mio orologio d’oro.

Ci dividemmo
alla ricerca d’acqua.
Perlustrai il mio lembo
di isola, seguii
ogni minima traccia
di paesaggio diverso.
Rocce, crepacci
cumuli di polvere.
Questo era il solo
retaggio del deserto
che ci accerchiava, sabbia
e arenaria rossa, come lava
infuocata.
Il sole
aveva lunghi tentacoli.
Stringeva
in una morsa letale.
Mi avvolse. E mi sentii
di colpo trasportare
in un mondo sommerso
ovattato
e poi su un’altra isola
che tenevo cucita nella giacca,
l’isola della mappa
piena d’acqua cibo foreste.
Credo che fu un grido a svegliarmi.
Ricordo
la bocca riarsa
e le timide feste dei compagni.
Superstite,
io con loro.
La prima isola, l’unico tesoro.

Poi l’oasi si dischiuse
a poco a poco.
Era il verde spettrale del deserto,
un miraggio reale. Spezzò
il cerchio di fuoco
che ci sovrastava,
ed il mare aperto riapparve
alle menti confuse, piagate,
nelle polle vitali
all’ombra delle palme.
Nessuno più parlava del suo viaggio.
Ma risucchiati ormai
dall’acqua delle falde
innalzavamo case, palizzate
barriere e tombe per i nostri morti.
I giorni
diventarono più corti.
Il mare si scompose
nell’innocuo fragore
di onde leggere.
E l’isola richiuse
pian piano
i nostri corpi,
le nostre anime sfibrate
passeggere.

Il temporale rompe il pomeriggio

Il temporale rompe il pomeriggio
dalle finestrelle del mio tempio osservo
lo struggimento dell’acqua per la terra.

Vorrei arrivarti
mentre bevi il tuo tempo
prima con il vento
poi colmando la tua semisete
in un movimento audace
di pioggia e piano
avere nel volto
un leggero ritorno di cielo.