Venetian Dialect

de là del sanjut sofegà del stran

de là de i càrpen e i rore spauridi
del sas rucià su la lasta slisada
te na onbrìa umida de fià sfinidi
fa qualcheduni che 'l dròn e che 'l sfiada

de là de l'ultimo ciaro del tràgol
del sas rucià su la lasta slisada
fa sanjut de stran patòc fin te médol
l'è 'n vèrs inrauchì che 'l va e 'l vien e 'l sfiada

na ànema che la ol restar viva
drio 'l sas rucià su la lasta slisada
andé che gnesuni pi romài riva
se no l'é da tant che 'l dròn e che 'l sfiada

par sanjut de stran patòc fin tel médol
de là de i càrpen e i rore spauridi
de là de l'ultimo ciaro del tràgol
te na onbrìa umida de fià sfinidi

Italian translation:

di là del singhiozzo soffocato dello strame

di là dei carpini e le roveri spauriti / del sasso sdrucciolato sulla lastra levigata / in un'ombra umida di fiati sfiniti / come qualcuno che dorme e che ansima // di là dell'ultimo chiarore della strada da strascino / del sasso sdrucciolato sulla lastra levigata / come singhiozzo di strame fradicio fin nel midollo / c'è un verso arrochito che va e viene e ansima // un'anima che vuol restar viva / dietro il sasso sdrucciolato sulla lastra levigata / dove nessuno più ormai arriva / se non è da tanto che dorme e ansima // per singhiozzo di strame fradicio fin nel midollo / di là dei carpini e le roveri spauriti / di là dell'ultimo chiarore della strada da strascino / in un'ombra umida di fiati sfiniti

l’ultimo vìver

l'ultimo ziṡar del bòt de canapa

al se misia su al tàṡer
come che l'ultima joza
la à caro desparir tel sut
e l'ultima buboleta de lus
la ol repararse tel scur

cusì l'ultimo vìver
al spèta de ziédar pian pian
e l'é fa se ghe cognese polsar
dal zepedimènt incantà de 'n sgranf
par intrar, par èser cetà tel gnent
che l'é de tuti,
l'é tut

Italian translation:

l'ultimo vivere

l'ultimo ronzìo del rintocco di campana / si mischia al silenzio / come l'ultima goccia / desidera sparire nell'asciutto / e l'ultima lucciolina di luce / vuole ripararsi nel buio // così l'ultimo vivere / aspetta di cedere pian piano / ed è come se avesse bisogno di riposare / dal rattrappimento inceppato di un crampo / per entrare, per essere acquietato nel nulla / che è di tutti, / che è tutto

Grazie ma ancor più perdono

Perché un figlio che muore
ti dà la grazia
di non aver paura di morire,
anzi, poiché sei morta
piena di piaghe,
di non aver paura
di morire nel male.

La grazia di esser pari
al dignitoso orgoglio
che ti avevamo dato
senza sapere che sarebbe stato
sale sulle tue piaghe:
per finire come un'adulta
poco più che bambina.

La grazia di morirci
lungo la tua via
di trafitture, squarci e ustioni
quasi che tutto fosse,
come già tu eri stata,
un concordato confidente
dono del cielo.

Grazie allora figlia
ma ancor più perdono.

E siamo

sul lago a cui spesso andava la figlia perduta

 

Dolci sensi celati in chiara sera
fra franti pioppi e salici grondati
entro il limbo intricato dei canneti,
lungo sciaquii di abbrividente luna

vi ritrovi colei che a cieca sorte
nel mese svelato il guardo soave
trepidamente affisse al fioco annuire
di incerte stelle e inquiete nubi e meste

che a sé traeva per sfiniti vuoti
la vorace vertigine del cielo
via da noi per chiuso nume interdetti

spiriti; per cui remoti vaghiamo
fra esausti salici e spirati pioppi
e inanimate stelle e nubi e siamo.

Scempi

a Ermano Grava (Rosa),
torturato a morte dai fascisti

 

Non si staccarono dal cielo
mani di luce
neanche perché tua madre non fosse
sulla tua, sulla propria carne
l'impazzire di strazio,
bambino fatto adulto dalle armi
e trasceso per lame,
acido e sale

Oggi noi ti vestiamo
a festa della tua paura,
della nostra miseria,
martire di uno scempio
che rifacciamo,
che non volevi

Rinserrati i tuoi denti
non fanno passare parola:
a diritto reclino
ti ascolta il Crocefisso,
noi dovremmo provare
a parlarti in silenzio
come gli alberi all'aria,
l'acqua alla luce

Nel bosco di faggi

A ciascuno il suo

 

Col vento senza memoria
dai reticolati ossuti
ancora stille di cenere
sopra i basamenti neri
e poi ringhi come di cani furiosi
entro grate scabbiose di ruggine.

Qui a ciascuno di voi che faceste
del pensiero un vestito di morte
la sua razione di orrore,
di fame, di gelo,
il suo ultimo colpo, il suo uncino,
il suo rimasuglio esalato di fumo.

Ora non più gridi e versi
sfiatati di cavalli cantanti,
non più sforzi per pace di morte
per voi trasparenti
in nebbia di pioggia,
in lana di nubi.

Qui a ciascuno di voi il suo sospiro
il suo silenzio, il suo cielo,
spiriti che vagate nell'aria,
verso il piano celeste lontano
ripensando al lavoro del fumo
nell'abbandono dell'uomo, di Dio.

Da voi senza più bisogno
di preghiera e elemosina
noi pellegrini ansiosi di angoscia
ognuno a mendicare
il suo po' di cuore,
di fame d'amore.

Per sfrontati paggi

Per sfrontati paggi,
sbocco dissanguato di spelonca,
emersi al chiaro dei vivi
e per ustione di raggi
furono sberleffi e strilli
da macchie di polpa
sanguinosa di mirtilli.
Così mi inquisirono i declivi,
larva monca
e implacabile
come la vergogna della colpa
e il giudizio della fine.

Fra i sussurri del crinale
per sospetto, per paura
senza remissione
io, nume di condanna e tortura,
vedevo assieparsi a tribunale
occhi a perdizione.
E, disorbitato male,
là, fuori dall'antro senza ombre
la mia morte consumata
tra promiscue tenebre,
la mia morte impallidita
impietrì il sole.

dentro una piccola luce

per la sera immensa del Midwest
dentro una piccola luce,
stanca incerta stella,
il padre, la madre e sottovoce
il loro minuto sí,
la bambina che saltella
attorno alla mensa pronta
e, esile uccello imitatore, canta
yes daddy, yes ma...

lei, pegno di suoni ignari
come la bandiera dai nuovi colori
nella casa dove il sí
si spegne per la sua dolce voce
– yes daddy, yes ma –
come la piccola luce
che ormai sfila, incerta stella,
si perde nel buio, nel nulla
della notte immensa del Midwest

suite appalachiana

tracce qui, impronte ovunque
e su di te, luna migrante,
sulla tua polvere alta e spenta
il piede dell'Ohio
e andare, andare nonsaidove,
in chemailuogo,
verso la Nuova Strada Nazionale?

hello you, Main Street of America!
l'aquila d'argento sopra di te,
detrito di vertiginoso sogno
per un improbabile, sottile
ammiccare notturno,
per la sola speranza del ritorno

e così impronte strane
ti trascini smarrita luna
sopra cumuli di colline
e praterie accatastate
come pelli di bufalo
fino alle balzanti catene
e oltre, fino alle morenti
e deliranti sequoie

eppure sei la luna
che ha illuminato la via oscura
di acciaierie e miniere
da dove allora
per la mano invisibile
degos e degos e sei stata
fondo giallo di whiskey
allo strascicato guaíto d'acciaio,
pallido orlo d'acquavite
al lamento oscillante del violino

luna ebbra, luna vagante
scorrono ancora le tue trecce
come di salice lucente
in mezzo alle colline,
restano le tue lacrime furtive
lungo sperdute tracce
accecate da erbe come crine,
quasi blu, quasi vive
come il tuo pascolo tremante
di impronte fuggitive

Paron alt de le tère

Paron alt de le tère,
đe le nèole e đel sol,
par noi tu sé stat sol paron
de grénpene e jerture suđađe
e jaẑ crepađi e straṡegne cruđe.
Par altri tu se stat paron
de pian mèsteghi e leđe
e aque céveđe e soi mòi fa seđe.
E pura noi te on dit su
đa qua đó, đa ste val despèrse e scure
te tanti ciari đeboi
fa đe bùbole imiṡeriđe
al nostro cređo đe stran, lenċ e piere
e tante òlte đa le ponte alte
che le vènta đe griẑe e đe stele
te on levà altar bianchi đe maṡiére
e sagrefiẑi parfumađi
đe međìi, mar e međe.
Ma ti tu se restà
đa đrio i to ẑiei peẑađi
fa cine maciolađe,
đrio le to cave blu ṡluṡènt de ori
e 'ncora spes da là su tu ne parla
par scagne rosate
e tenpeste ṡmariđe.
Đe scorẑe gropoloṡe e sache e roài
l'è đa 'l nostro vestì
ma na ṡbroja inderegađa đal fret
fa 'l lenċ del castagnèr
morsegà su đal s-ciaret a l'inverno
l'à đa eser gnest al to cor,
paron alt de le tère,
đe le nèole e đel sol!

Italian translation:

Padrone alto delle terre

Padrone alto delle terre, / delle nuvole e del sole, / per noi sei stato solo padrone / di lande sassose ed erte sudate / e ghiacci spezzati e stillicidi crudi. / Per altri sei stato padrone / di pianure mansuete e terre di limo / e acque tiepide e soli molli come seta. / Eppure noi ti abbiamo recitato / da quaggiù, da queste valli sperdute e scure / in tante luci deboli / come di lucciole intirizzite / il nostro credo di strame, legno e pietre / e tante volte dalle ondulazioni alte / ventose di cirri e di stelle / ti abbiamo innalzato altari bianchi di pietre / e sacrifici profumati / di stolli, cumuli e mete di fieno. / Ma tu te ne sei rimasto / là dietro i tuoi cieli pezzati / come vitelle maculate / dietro le tue cave azzurre lucenti di ori / e ancora spesso da lassù ci parli / attraverso siccità rossicce / e grandini sbiadite. / Di scorze nodose e virgulti ritorti e rovi / è già il nostro vestito / ma un coagulo irritato dal freddo / come il legno del castagno / morso dal cuneo d'inverno / deve essere diventato il tuo cuore, / padrone alto delle terre, / delle nuvole e del sole!